le reti sociali, con giudizio

Finalmente siamo giunti all’ultima puntata di questa serie di articoli sugli errori più comuni nella gestione di grandi siti aziendali. Si è trattato di un viaggio durato qualche mese, che spero ti sia piaciuto e t’abbia magari messo la pulce nell’orecchio su queste tematiche. L’intento non è stato quello di insegnare qualcosa, in fondo sono io il primo a dover imparare, quanto quello di avviare un dialogo per scoprire magari altri aspetti che avevo tralasciato di discutere. In quest’ultimo articolo non potevo certo dimenticare di parlare delle reti sociali, e di come le aziende spesso ci si buttino dentro alla cieca, giusto perché “è di moda”, ma senza neppure capire quali possano essere le conseguenze. E poi, diciamola tutta, l’inefficienza non paga.

Le reti sociali, come lo stesso nome lascia intuire, nascono da persone che vogliono incontrare altre persone. Difficilmente un singolo individuo vorrà intraprendere una relazione con un’azienda o con un marchio. Chi apre un account su Facebook, è probabile che voglia parlare con altre persone. Le aziende decidono così di spendere un sacco di soldi sviluppando applicazioni per queste piattaforme, quando potrebbero sfruttare quel denaro per intraprendere rapporti trasparenti e diretti con i propri clienti. In altre  parole, invece che avere un account aziendale su twitter, o un blog aziendale (che spesso viene percepito come una gogna mediatica o qualcosa tramite cui il direttore generale controlla i dipendenti), bisogna incoraggiare i dipendenti a scoprire queste tecnologie per conto proprio. Lo so, può sembrare un incentivo a distrarsi dal lavoro con queste “perdite di tempo”, ma è invece un modo per far interagire l’azienda con la comunità che vi ruota intorno.

Pensa ad esempio ad una pubblica amministrazione: se solo il 20% del tempo che molti impiegati passano su Facebook fosse investito per curare le relazioni con i cittadini, tutti potremmo “gustare” qualcosa di più efficace ed efficiente. Senza contare l’effetto motivazionale che ciò potrebbe avere sui dipendenti stessi. In fondo c’è riuscita la Microsoft, con il suo sito Channel 9, quindi perché non si dovrebbe poter replicare quel successo in tante altre realtà? Certo, specialmente negli enti pubblici non è una cosa che può succedere dall’oggi al domani, ma di certo il ricambio generazionale può aiutare.

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