le mie prigioni… digitali

Un tempo era Silvio Pellico, per chi ancora se lo ricorda, a fare un resoconto della sua esperienza da detenuto in quella che oggi sarebbe la Repubblica Ceca. A più o meno duecento anni di distanza, le cose potrebbero essere raccontate praticamente allo stesso modo, sostituendo gli utenti delle varie piattaforme tecnologiche ai moti carbonari, e le maggiori aziende informatiche ai vari dittatori ed imperatori dell’epoca. Due settimane fa, Steve Wozniak, nientepopodimeno che co-fondatore di Apple, ha lanciato un appello pubblico affinché l’azienda si decida ad aprire le sue piattaforme agli sviluppatori, dando loro l’opportunità di manipolarle, personalizzarle e, perché no, innovarle. 

Recentemente ho acquistato uno di quelli che qui in America hanno già ribattezzato Tavolette Cinesi (China Tablets), che al misero costo di 70 dollari offre Android 4.0.3, accesso al mercato delle applicazioni di Google, videocamera, e tanto altro. Ho così finalmente avuto modo di toccare con mano il sistema operativo mobile di Mountain View, e confrontarlo con quello disponibile sull’iPhone aziendale. Tralascio le mie impressioni (che come avrai intuito pendono a favore del nuovo gingillo), perché voglio concentrarmi sul messaggio di Wozniak: i prodotti di Apple potranno pur avere tante virtù, ma si trascinano dietro anche una sporta piena di restrizioni su quello che utenti e programmatori sono autorizzati a fare. 

Prevengo subito quelli che già pensano “eh, ma Bill Gates non è certo da meno”, in una contorta logica del mal comune mezzo gaudio. Cupertino e Redmond (leggasi Apple e Microsoft) sono sulla stessa barca, non c’è dubbio. Ma l’invenzione del mercato chiuso delle applicazioni è tutto merito della buonanima di Steve Jobs. L’App Store include migliaia di applicazioni, dai giochini per bambini alle funzioni avanzate di rete ed alle mappe stradali. Ma se andiamo a sbirciare dietro le quinte, scopriamo che per poter essere inseriti nello store, c’è una lunga lista di condizioni da soddisfare. Tant’è che non di rado si sente dire che questa o quell’app è stata rimossa dal catalogo per aver infranto uno di questi vincoli. Compresa, ad esempio, l’app di WikiLeaks. Strano che quando Assange è stato preso di mira, tutti a criticare gli Stati Uniti, ma quando la sua app è stata rigettata, pochi si sono strappati i capelli. A quanto pare la libertà di espressione ha due pesi e due misure.

Allora la gente si arrangia come può, ad esempio eseguendo quello che in gergo è chiamato il jailbreaking del dispositivo: in parole povere s’installa un sistema operativo “modificato”, che di fatto rimuove la maggior parte di questi vincoli. Primo tra tutti, quello di usare lo store ufficiale di Apple. Basta infatti installare Cydia per aver accesso ad un “mercato parallelo” di applicazioni legittime e di qualità. Un luogo virtuale non infestato da tipi con la benda sull’occhio, come la Apple vuol farci credere, ma un bazar dove vale la legge del mercato, dove domanda ed offerta s’incontrano direttamente, senza la supervisione di “stampo comunista” di un Grande Fratello che vuole dirci come usare i nostri dispositivi. Anche qui, due pesi e due misure: quando Microsoft propose Palladium una decina d’anni fa, tutti a gridare allo scandalo; ora che la stessa identica cosa (blocco software ed hardware) è fatta dalla Apple, tutti zitti.

Non che Microsoft sia rimasta a guardare, ci mancherebbe: le applicazioni per la sua nuova piattaforma mobile dovranno essere certificate, e l’hardware di tablet ed altri dispositivi che monteranno la versione mobile Windows 8 dovrà rispettare un elenco di requisiti più stretti di quelli richiesti, ad esempio da Android. Se poi il processore di cui è dotato il gingillo è di tipo ARM, le cose vanno anche peggio, dato che non sarà consentito cambiare il sistema operativo (a meno di non usare barbatrucchi come il jailbreaking). Proprio come fa Apple con iPhone e soci. 

E qui si chiude il cerchio da cui sono partito: proprio come Silvio Pellico e la carboneria hanno combattuto imperatori e regimi vari, è necessaria una nuova consapevolezza che porti ad una carta dei diritti dei proprietari di dispositivi mobili. Serve un movimento unito e compatto che promuova la libertà d’uso di questi gadget, senza restrizioni di sorta, fruibili in un mercato aperto e regolato, proprio come accade in tutti gli altri settori. Apple potrebbe dare il buon esempio, e fare da apripista, se decidesse di ascoltare l’appello del suo fondatore.

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