in time, fantascienza o provocazione?

Dato che il mio intervento sulla pubblicità del Kinect andata in onda durante il Super Bowl ha scatenato un’interessante discussione sull’essere “visionari” ed aperti di mente, non potevo non cogliere la palla al balzo per parlare di In Time, l’ultimo lavoro di Andrew Niccol, l’uomo dietro belle pellicole come Gattaca, S1m0ne e The Truman Show. Premesso che ascoltare il trailer doppiato mi ha fatto uno strano effetto (era un bel pezzo che non guardavo un film con le voci italiane), quando l’abbiamo guardato lo scorso fine settimana grazie ad Amazon Video, alla fine sono rimasto un po’ con la sensazione che l’idea di fondo sia stata solo parzialmente tradotta in una narrazione efficace. Questo non vuol dire che non vale la pena di andarlo a guardare al cinema, quando esce in Italia, o di noleggiarlo in DVD. Anzi, forse potrai darmi il tuo parere, ed aiutarmi a capire. Prima di continuare, il solito avviso ai naviganti: nel seguito parlerò della trama del film, se quindi non vuoi rovinarti la sorpresa, evita di proseguire.

In Time racconta la storia di un futuro visionario dove gli esseri umani sono programmati geneticamente per vivere fino a 25 anni. Superati i quali, il tempo diventa una sorta di valuta, acquistabile per estendere la propria data di scadenza. Un orologio digitale sul braccio tiene traccia del proprio saldo attuale, e come nel caso dei soldi, è possibile guadagnare minuti preziosi lavorando, rubandoli o ereditandoli. Ed è possibile spenderli per divertirsi, comprare oggetti o donandoli a qualcuno. Proprio come nella società contemporanea, si crea una gerarchia sociale, con alla base il ghetto dei poveri senza tempo, che stramazzano al suolo allo scadere di quanto è stato loro concesso, ed in cima i ricchi praticamente immortali.

Justin Timberlake e Amanda Seyfried

Qui entra in scena Justin Timberlake, nei panni di Will Salas: un operaio di 28 anni (o 25+3, come dicono loro), che vive letteralmente alla giornata, cercando di procurarsi abbastanza ore per se stesso e per la madre (Olivia Wilde, che preferivo quando stava al fianco di House). Una notte, quasi per caso, Will si trova a salvare il riccone di turno da una banda di malviventi che irrompono nel bar. In gesto di riconoscenza, gli viene donato nientepopodimeno che un secolo, da spendere come meglio crede. Questo cambio repentino lo porta ad introdursi ai piani “alti” della società, e qui incontra Silvia (Amanda Seyfried), una ragazza che pur avendo tutto il tempo che vuole, non ha ancora vissuto veramente neppure un giorno della propria vita.

Da qui si snocciola tutta la storia, con il classico poliziotto alle calcagna e via dicendo. La mia sensazione di incompletezza, suppongo, deriva dal fatto che sebbene Timberlake faccia un buon lavoro ad interpretare il buono che diventa avido e poi si redime, il futuro sembra preso in prestito dal classico stereotipo in cui c’è il ghetto dei poveri che non hanno accesso alla “tecnologia di turno” (i film di Arnold Schwarzenegger, giusto per citarne uno, ne sono pieni) ed i ricconi cattivi ed avidi, senza esplorare le infinite sfaccettature di tutto quello che sta in mezzo. A prescindere da quale parte della città ti ha assegnato il destino, il futuro sembra il presente vestito con gadget luccicosi.

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