i robot ci stanno già rimpiazzando

Sono rimasto abbastanza sorpreso quando un paio di giorni fa, tra gli articoli nel mio lettore RSS, ne ho scovato uno di Davide che accennava al ruolo della robotica e dell’automazione in genere sul futuro dell’umanità. Sorpreso perché stavo lavorando ad un intervento simile per il mio blog. Da buon letterato e studioso delle grandi menti, lui prende la piega filosofica della questione, mentre a me interessano più i risvolti tecnologici e prosaici. Già in passato ho avuto modo di affrontare l’argomento, scatenando in genere reazioni disgustate o scettiche dei lettori, e stavolta lo spunto mi viene da un recente articolo di Wired (che molti continuano a sconsigliarmi di leggere per la scarsa qualità, ma che io trovo illuminante e geniale ad ogni uscita). Sono proprio curioso di vedere come si animerà la discussione stavolta.

Uno sguardo al passato

Ammettiamolo: i robot sono già tra noi. E prima di potertene rendere conto, anche tu sarai rimpiazzato da un automa in grado di fare il tuo lavoro. In tanti trovano questo scenario sconcertante, ma non io. In fondo basta studiare un po’ di storia per capire che questo è l’inevitabile futuro che ci aspetta. Prima della rivoluzione industriale dell’Ottocento, la maggioranza dell’umanità lavorava in qualche branca dell’agricoltura: chi seminava, chi arava i terreni, chi si occupava del raccolto e via dicendo. Facendo un salto in avanti veloce all’epoca moderna, si osserva che soltanto l’1% di quei lavori è ancora fatto dagli uomini, tutto il resto è stato delegato alle macchine, dai mietitrebbia agli aerei per spargere i fertilizzanti. 

Ciò nonostante il lavoro per noi comuni esseri a base di carbonio non è diminuito, anzi (e qui la mia tesi si discosta da quella di Davide, prendendo una piega ben più ottimista). Quelli che un tempo coltivavano adesso sono diventati presidenti di fabbriche che processano i frutti dei campi o che sfornano macchine agricole in quantità. Sono state create nuove figure, come il chimico o il biologo, per capire come ottimizzare i processi produttivi, o meccanici in grado di riparare gli enormi trattori che arano i campi, oppure ancora sviluppatori web per creare il sito dell’azienda agricola. Va bene, quest’ultimo esempio è un po’ stiracchiato, ma è per farti capire come oggi facciamo lavori che nel 1800 la gente neppure concepiva.

Una sbirciatina al futuro

Sono pronto a scommettere che prima della fine di questo secolo, il 70% delle professioni di oggi sarà sostituito dall’automazione. Un cambiamento, a guardar bene, guidato da una seconda ondata di automazione, incentrata sulla cognizione artificiale: sensori a basso costo, potenza di calcolo distribuita e mobile, apprendimento automatico e chi più ne ha, più ne metta. Un esempio lampante? La maggior parte delle transazioni finanziarie in Borsa, già oggi, è condotta da sofisticati sistemi automatici in grado di analizzare gigalioni di dati in frazioni di secondo, con l’obiettivo di battere la concorrenza nel fiutare l’affare dietro l’angolo. Un problema di cui persino la Banca Centrale Americana ha dovuto interessarsi a più riprese, dato che a volte gli automi possono contenere errori e far saltare l’intero sistema a velocità impossibili da controllare per gli umani.

Cosa ci offre il presente

La progressiva invasione delle nostre vite da parte dei robot si può paragonare a quella dei personal computer avvenuta a partire dagli anni Ottanta. Chi era già adolescente all’epoca, si ricorderà di quei monitor enormi a fosfori verdi, su cui eseguire basilari operazioni o giocare a sparare agli alieni che vanno spostandosi a destra e sinistra con un ritmo quasi ipnotico. Oggi abbiamo dispositivi portatili mille volte più potenti, in grado di fare cose all’epoca neppure immaginabili. Non dimenticherò mai una conversazione con alcuni colleghi universitari, sulla via del ritorno dalla mensa per andare a lezione, in cui personalmente sostenevo che 4 gigabyte di memoria (in un tempo in cui avere un disco da 40 mega era un lusso) fossero più di quanto potesse mai servire in un’intera vita 🙂

Ma per vedere la stessa transizione nel mondo della robotica, dobbiamo spogliarci dei preconcetti su come un robot intelligente dovrebbe essere ed agire: chiedere che l’intelligenza artificiale sia simile a quella umana è come pretendere che il volo artificiale sia simile a quello degli uccelli, con le ali che sbattono. Un robot pensa in maniera diversa, e soprattutto non deve avere fattezze umane. Basta guardare alle grandi fabbriche Fiat ed ai bracci meccanici che penzolano lungo la catena di montaggio: pochi hanno occhi, mani e… capelli come la nostra fantasia vorrebbe suggerirci (o come questi tizi in Giappone stanno tentando di fare).

Per capire come avverrà la sostituzione, possiamo usare questo grafico che scompone il quadro in quattro combinazioni possibili, incrociando lavori esistenti e nuovi con umani e robot. 

Uno schema per riassumere i vari scenari esistenti e futuri
Uno schema per riassumere i vari scenari esistenti e futuri

Lavori che i robot possono fare meglio

Cominciamo con quadrante A, alla base dell’idea che ha guidato la rivoluzione industriale del 1800: gli esseri umani possono filare la lana e tessere bellissime stoffe, ma i telai automatici producono un tessuto uniforme e perfetto a chilometri per pochi spiccioli. Ma se da un lato il gusto per l’imperfezione può spingerci a comprare un capo d’abbigliamento tessuto a mano (il classico maglione della nonna), solo un pazzo affermerebbe di volere acquistare un’autovettura costruita quasi esclusivamente da umani, se messo davanti alla scelta tra le due opzioni. Eppure ancora siamo scettici quando viene inserito il pilota automatico sul 747 che ci sta portando da Roma a New York, ed istintivamente pensiamo che il capitano con le sue mostrine sia più affidabile di un computer in grado di analizzare palate di dati in decimi di secondo.

Lavori che non facciamo più

Poi c’è quadrante B, quello dei lavori che gli esseri umani non possono (o non vogliono) fare, e che da tempo abbiamo delegato in esclusiva alle macchine. Si pensi alla fabbricazione di un microchip, che semplicemente non potrebbe avvenire (almeno su scala industriale) senza l’ausilio di quei bracci meccanici superprecisi in grado di tagliare fette di silicio spesse qualche micron. Allo stesso modo nessun essere umano (o gruppo) potrebbe mai scandagliare la mole sterminata di dati del web per trovare il prezzo migliore delle uova al mercatino rionale di Katmandu. Non ci si pensa, ma ogni volta che si clicca sul pulsante Cerca di Google, si sta chiedendo ad un sistema automatico (una macchina)  di fare qualcosa di noi.

Lascio a te il compito per casa di capire quali soggetti siano inclusi negli altri due gruppi, ma l’idea è abbastanza chiara.

La questione filosofica

Riprendendo un po’ il percorso logico tracciato da Davide nel suo intervento, a questo punto la domanda sorge spontanea: a cosa serviranno gli esseri umani, una volta che i robot e l’automazione svolgeranno il nostro lavoro in maniera più semplice, e saranno in grado di vestirci, nutrirci e ripararci? La risposta, ancora una volta, può essere nascosta tra le pagine dei libri di storia: l’industrializzazione, oltre che prolungare la durata della vita media umana, ha spinto più persone ad essere ballerine, musicisti, matematici, stilisti e chissà cos’altro. E creando nuovi mestieri, si avrà un terreno fertile per far germogliare idee che ancora neppure vediamo.

La questione economica

Dice Davide:

Che fare, allora, visto che è declinata non solo la domanda di agricoltori e di operai, ma ormai anche quella degli addetti ai servizi? Le soluzioni, tanto urgenti quanto necessarie, vengono proposte dall’autore tutte nell’ultima parte del libro. La prima comporta il “re-engineering” della settimana lavorativa. Secondo Rifkin sarà inevitabile ridurre l’orario lavorativo a 30, o perfino 20 ore settimanali. Ciò, è vero, comporterà una diminuzione degli stipendi, ma anche meno disoccupazione generale e una divisione più equa del lavoro all’interno della società e anche delle stesse famiglie. Purtroppo oggi le aziende preferiscono torchiare quei dipendenti che hanno già piuttosto che cercarne di nuovi per un vero part-time…

Personalmente non riesco invece a non essere ottimista. Da tempo vado blaterando sul fatto che oramai l’era dell’Occidente è sulla via del tramonto, e che l’Oriente sarà il nuovo padrone del mondo in un futuro che spero abbastanza lontano. L’automazione, in quest’ottica, mi sembra l’unico modo per ristabilire un equilibrio tra le forze in gioco. I cinesi hanno milioni di operai a basso costo e senza diritti sindacali? Bene, l’occidente può mettere in campo altrettanta forza robotica, riportare la produzione industriale in casa, e fare un bel gesto dell’ombrello a Mao Tze Tung. Certo, questo richiederà del tempo, ma è l’unico modo per rispondere alla strategia espansiva dell’impero orientale.

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DavideTrapgigliocamuArquen Recent comment authors
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Arquen
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Arquen

Se però parliamo di lavori dove c’è di mezzo l’arte, le macchine hanno e penso avranno sempre dei limiti.
Due esempi:
La chitarra: le migliori chitarre acustiche sono prodotte dalla Martin, azienda americana, in modo artigianale. Il sogno di ogni chitarrista è suonare una di quelle chitarre. Vengono addirittura prodotte chitarre personalizzate per alcuni dei chitarristi più famosi.
I presepi: i personaggi del presepe sono caratteristici sopratutto perché hanno le impefezioni dovute al lavoro fatto a mano.

giglio
Ospite
giglio

Io sono per la tecnologia, i robot, ecc. e finalmente lasceremo le cose manuali solamente agli artisti ed artigiani!

Trap
Ospite
Trap

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo Rosso e turchino, non si scomodò: Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo E a brucar serio e lento seguitò.

Davide
Ospite

Stavo per abbozzare una risposta, poi ho visto questo video (segnalato da Bizzarro Bazar)… 😉