riprendo un mio articolo del 13 dicembre 2007
L’altro giorno, non trovandomi il portafogli nella “solita” tasca, mentre ero in giro per New York, mi è venuto un attimo di panico. Per fortuna pochi secondi dopo mi sono ricordato di averlo messo nell’altra tasca. La mia paura non era tanto di aver perso i due spiccioli che avevo, ma tutto il resto: il mio abbonamento per l’autobus, la mia carta d’identità, la possibilità di tornare a casa insomma. Infatti senza spiccioli non potrei comprare un biglietto, o chiamare qualcuno per venirmi a prendere (ho il cellulare cronicamente scarico) o chiedere ad un poliziotto di aiutarmi: non potrei farmi identificare. un rettangolino vale una vita: Leggi il resto »
Che la semplicità sia il concetto fondamentale alla base della lingua americana, l’ho già detto e ridetto un sacco di volte. Basta pensare che la burocrazia qui non ha mai attecchito seriamente in oltre duecento anni di storia. Già, persino i moduli per comunicare con la pubblica amministrazione sono tutti uguali nella struttura e disposizione grafica, standardizzati da una legge sulla semplificazione amministrativa di una ventina d’anni fa. Tutto a beneficio degli stranieri: leggendo un cartello in cui si avvisa che il walkway è chiuso per lavori, basta poco a capire che si tratta del marciapiede (notare la differenza tra i due vocaboli). le parole intuitive americane: Leggi il resto »
Quando si viaggia all’estero, prima o poi tutti dobbiamo affrontare le nostre lacune linguistiche in un luogo famigerato e temuto, specialmente da noi italiani: il ristorante. Abituati da sempre alla suddivisione in antipasti, primi, secondi e contorni, ci troveremo spiazzati a leggere un menu che elenca entrées, (main) courses, appetizers and pastas (rigorosamente con la s finale, che rende il tutto vagamente spagnoleggiante). Ci sarebbe da dedicare un’intera categoria a questo argomento, ma partiamo dalle basi per fare almeno una figura decente davanti alla cameriera. un contorno molto caldo: Leggi il resto »
Vedo che le mie “lezioni” d’inglese cominciano a riscuotere un piccolo successo. Lungi dall’avere una pretesa educativa (a quello ci pensa già la scuola) sono piuttosto un pretesto per parlare delle curiosità grammaticali (e non solo) della lingua parlata tutti i giorni per le strade di New York. Ad esempio, ieri ci siamo messi d’accordo con un amico per vederci a Times Square, e prendere un gelato all’ombra dei giganti pannelli LCD. Alla fine lui mi fa Anyway, don’t change your mind as usual! un cambio di mente: Leggi il resto »
riprendo un articolo del 10 aprile 2007
L’anno scorso la mia amica Giovannina mi ha consigliato la lettura di Cecità, un libro scritto da Josè Saramago (titolo originale: Ensaio sobre a Cegueira), a detta di molti uno dei più importanti autori portoghesi contemporanei. Le recensioni che lessi all’epoca erano molto promettenti. Ed a circa un anno di distanza, posso confermare che è un romanzo che vale la pena leggere: perché fa riflettere su cosa succederebbe se una simile situazione capitasse ad ognuno di noi. La trama racconta di un uomo che improvvisamente diventa cieco, mentre sta fissando un semaforo rosso. Ma non si tratta della cecità solita, descritta dalla letteratura medica, bensì di una cecità bianca, abbagliante. Come trovarsi immersi in un mare di latte. il male bianco della modernità: Leggi il resto »