In inglese, credo sia britannico che americano, quando una cosa non funziona bene o è di scarsa qualità, si dice che it sucks. Tale aggettivo si poteva associare, fino a qualche settimana fa, anche alla funzione di ricerca del mio blog. Che negli anni ha subito varie evoluzioni: da quella stardard offerta da Wordpress, a quella “potenziata agli enzimi” attualmente in uso nella versione corrente di questo sito. Sebbene Wordpress sia un robusto sistema per la gestione dei contenuti, è risaputo che una delle sue pecche più importanti è la ricerca in archivio. Non ci sono scusanti: it sucks. Restituisce semplicemente i risultati in ordine inverso di pubblicazione, senza tener conto della rilevanza, e senza possibilità di usare caratteri jolly o simili. E mentre gli sviluppatori passano il tempo ad aggiungere funzionalità per l’editing in linea delle immagini, a mio avviso dovrebbero più concentrarsi su cose fondamentali ed utili a tutti, tipo appunto la ricerca. Ma tant’è… a caval donato non si guarda in bocca. E poi per fortuna ci sono i plugin. una funzione di ricerca che non succhia: Leggi il resto
Qualche settimana fa mi ha contattato privatamente uno dei lettori di questo blog, anzi per l’esattezza una lettrice, per condividere il suo senso di frustrazione nell’essere stata disabilitata da Facebook perché non usava il suo “vero” nome e cognome ma uno pseudonimo che l’ha sempre contraddistinta. Questa, in effetti, è una cosa che io non ho mai capito di quella rete sociale dove la gente costruisce fattorie: che differenza fa, dal loro punto di vista, se creo un account sotto il mio vero nome o come Mario Rossi. Voglio dire, come fanno a controllare che le credenziali che io sto usando corrispondono al vero? Fintanto che non uso la piattaforma per cose illegali, il nome non è che una delle tante etichette che ci portiamo addosso, che sia reale o inventato. La lettera di FB, così si firma la lettrice, mi porta poi a riflettere sull’ampio discorso della “disintossicazione”, roba per la quale in Cina ci sono dei veri e propri centri di recupero! disintossicarsi da facebook: Leggi il resto
Da un po’ non si vedeva spuntare in rete una di quelle mappe piene di linee e pallini che rappresentano la “topografia” della blogosfera italiana. L’aveva fatto qualche anno fa Nova24 (pare che l’immagine non sia più disponibile, ma io da qualche parte ho sempre il poster a tutta pagina che uscì nell’edizione cartacea), e ci riprova oggi Vincos, usando i dati di Blogbabel e Vox Populi, che rimangono (critiche e vendite su eBay a parte) i punti di riferimento per monitorare il chiacchiericcio nella rete italica. Sinceramente non mi è chiara l’utilità di questi studi, se non per ragioni demografiche e vagamente sociologiche, ma è sempre divertente vedere se il proprio blog c’è. Io devo aver perso almeno due decimi di vista (e dire che già me ne manca parecchia), ma alla fine sono riuscito nell’impresa di trovarmi. Sono in buona compagnia, accanto a Robin Good, Pandemia, Tagliablog, ed altri. una nuova mappa autoreferenziale: Leggi il resto
Sin da quando questo blog è nato, sono sempre stato “fissato” con la corretta marcatura semantica dei contenuti. Per carità, nulla di particolarmente complesso: mi piace semplicemente marcare gli acronimi come tali (dandone, quando possibile, la dicitura estesa), le parole in lingua straniera (anche se ho rinunciato oramai a marcare web, link e blog, ad esempio), le abbreviazioni ed avvisare il lettore che una pagina a cui faccio riferimento è in una lingua straniera (con l’attributo HREFLANG). Oltre ovviamente a fornire una descrizione di senso compiuto per ogni articolo ed una manciata di parole chiave, non particolarmente ottimizzate per la SERP (lo ammetto quello non è stato mai il mio mestiere). Sono tutti piccoli accorgimenti che colgono i famosi due piccioni con una fava: rendere le pagine più accessibili, e far contento Google. Già, perché una cosa di cui sarò sempre convinto è che maggiore accessibilità implica miglior search engine optimization, sempre. E chi dice che investire in accessibilità è solo tempo e soldi buttati, si sbaglia di grosso. marcare correttamente i contenuti: Leggi il resto
Da tempo non sfrutto la partnership avviata più di un anno fa con Il mio inglese, un sito che fa del proprio argomento principale quello che sulle mie pagine è solo un passatempo: approfondire le “curiosità” della lingua anglosassone attraverso traduzioni di articoli, modi di dire e dialoghi. Ovviamente si tratta di un servizio professionale, portato avanti con passione da un gruppo di insegnanti d’inglese: nulla a che vedere con le mie incursioni amatoriali. Oggi però voglio parlarti di una loro nuova iniziativa: le lezioni d’inglese personalizzate. Sono sempre contento di dar pubblicità ai progetti italiani, se mi segui da un po’ lo sai bene, e certo questo non fa eccezione. un’insegnante d’inglese tutta per te: Leggi il resto
Translia è un innovativo servizio di traduzione. La sua unica tecnologia di traduzione collaborativa permette di far partecipare centinaia di traduttori ad un progetto, di farli lavorare insieme per fornire una traduzione migliore e più veloce che mai. La registrazione è gratuita. Non ci sono valori minimi per parola o requisiti di tariffa minima. Ciò significa che i clienti in grado di tradurre il maggior numero di parole guadagnano di più, senza vincoli. Translia rappresenta ad oggi una delle più grandi reti di traduttori professionisti esistenti online. Il che significa un’ampia scelta di lingue in cui tradurre i propri contenuti. E certo la quantità (il numero di traduttori) non va a discapito della qualità: ogni traduttore è “supervisionato” dagli altri, e come nell’approccio open source allo sviluppo software, gli errori tendono a diminuire grazie a questo controllo reciproco. Sul quale tengono un’occhio i traduttori professionisti di Translia. Per piccoli lavori di traduzione, i clienti possono ottenere un risultato in giornata, o anche nel giro di alcune ore. Personalmente non ho ancora avuto modo di provarlo, ma dato che consentono ai blogger di guadagnare entrando nella loro comunità, di sicuro un’occhiata gliela darò nei prossimi giorni. Magari trovo un modo “remunerativo” di passare il tempo sull’autobus mentre torno a casa la sera