la teoria dell’agenda setting

Nessun errore di battitura nel titolo di questo intervento: voglio riprendere un argomento molto interessante che ci è stato spiegato durante una lezione del corso di Tecniche di Comunicazione, che ho seguito lo scorso anno. Spero di poter tornare, su queste pagine, a parlare di tutte le cose interessanti che ci hanno spiegato e che, se opportunamente applicate, consentono di migliorare da un lato il proprio modo di relazionarsi con gli altri o con un pubblico, e dall’altro il modo di interpretare la comunicazione che “riceviamo” dai mezzi di informazione e dagli altri.

In questi mesi di serrato confronto politico, in preparazione del grande giorno delle elezioni, può diventare utile imparare ad esempio a filtrare i messaggi che ci vengono propinati tramite i vari mezzi di comunicazione. La teoria dell’agenda setting nasce a metà del secolo scorso con Maxwell McCombs and Donald Shaw, ma è soltanto con Bernard Cohen (1963) che viene formalizzata: “La stampa non può avere un tempo infinito per dire tutto quello che succede ogni giorno intorno a noi, quindi è necessario selezionare gli argomenti più importanti. In pratica non ci viene detto cosa pensare in merito ad un argomento, ma ci viene detto a cosa pensare.”

A pensarci bene, è una teoria abbastanza verosimile ed attuale. L’esempio classico è quello delle guerre: sul globo terrestre attualmente si stanno combattendo decine di guerre, dalla Russia al Sudafrica, dall’India al Sudamerica. Eppure ogni volta che apri un giornale o accendi la tv, soltanto di poche ci vengono date notizie: Iraq, Afghanistan, Israele. Raramente si sente qualcosa sull’Africa o sul Kashmir o ancora sulla Cecenia. Quindi ha ragione Cohen, quando dice che ci viene detto a cosa pensare: i media accendono i riflettori sugli argomenti che ritengono più importanti, per la limitatezza di tempo e di spazio che hanno a disposizione, nel raccontarci le cose.

Uno dei dibattiti tra i ricercatori della comunicazione contemporanei è la questione della causalità: l’agenda stabilita dai mezzi di comunicazione influenza l’agenda “pubblica” e sociale, o viceversa? In altre parole, l’importanza assegnata ad un evento, può condizionare in qualche modo il suo sviluppo? Stando all’uso dei mezzi di informazione che recentemente stanno facendo i terroristi in Iraq e Afghanistan, sembrerebbe proprio di si.

Riferimenti bibliografici

  • McCombs M. E. & Shaw, D. L. (1972). The agenda-setting function of mass media. Public Opinion Quarterly, 36, 176-87.
  • Shaw, D. L., & McCombs, M. E. (1977). The Emergence of American Political Issues. St. Paul, MN: West.
  • Baran, S. J., & Davis, D. K. (2000). Mass Communication Theory: Foundations, Ferment and Future (2nd Edition). Belmont, CA, USA: Wadsworth.
  • Cohen, B. C. (1963). The Press and Foreign Policy. Princeton University Press.
  • Lippmann, W. (1922). Public Opinion. New York: Macmillian.

 

Ci sono 3 commenti

  1. anonimo

    [...] luce di queste considerazioni mi rendo conto di quanto sia vera la teoria dell’agenda setting, di cui avevo parlato un anno e mezzo fa. Ne avevo studiato i meccanismi durante un corso di [...]

    camu, 12 settembre 2007 alle 13:36 » rispondi

  2. anonimo

    [...] finito? Tutto tranquillo? Magari, verrebbe da dire, ma non è affatto così. Il fatto è che l’agenda setting ha le sue esigenze. Per fortuna qualcuno aiuta a puntare i riflettori sul lontano Paese asiatico. [...]

    SPIRITUAL SEEDS, 18 ottobre 2007 alle 08:25 » rispondi

  3. anonimo

    [...] volte mi rendo conto di quanto sia reale il concetto di agenda setting, di cui avevo parlato a suo tempo, osservando il comportamento dei mezzi di comunicazione nei [...]

    camu, 23 ottobre 2007 alle 08:41 » rispondi

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