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intelligenza artificiale

la locandina con la foto del piccolo protagonistaL’altro giorno la mia collega al lavoro mi raccontava di aver visto, per la prima volta dopo tanti anni, il film AI – Intelligenza Artificiale, ultimo capolavoro di Stanley Kubrick prima della sua scomparsa. A differenza di me, che non mi ritengo un cinefilo di buon livello, lei è una appassionata seguace di questo regista, e così ne è nata una discussione sull’interpretazione del messaggio che Kubrick ha voluto trasmettere con questa sua opera. Già, perché di opera si tratta secondo lei e secondo me: il cinema, si sa, quando è fatto in un certo modo, è arte pura.

Se non lo ricordi, ti rinfresco brevemente la trama:

Alla metà del ventunesimo secolo l’uomo è riuscito a sviluppare un nuovo tipo di computer in grado di essere consapevole della propria esistenza. Questa tecnologia viene anche utilizzata per creare particolari androidi: macchine dalle sembianze umane, in grado di interagire con l’ambiente circostante. Come gli umani. Il film racconta la storia di un giovane che intraprende uno straordinario viaggio per scoprire se potrà essere qualcosa più che una macchina.

Il punto di partenza della discussione è stato proprio questo: narrando le vicende del piccolo robot, Kubrick esprime la debolezza degli uomini. Che si rendono conto, a differenza degli animali, di aver bisogno di essere amati per poter svilupparsi e poter vivere la propria vita. Il finale lascia un grande spunto di riflessione: il robottino, pur di vivere anche per un solo giorno, e in maniera fittizia, il calore dell’affetto materno, per la prima volta “dorme e arriva là dove nascono i sogni”, metafora della pace eterna. Questa ambiguità conclusiva non stona, immersa com’è in una dolce atmosfera onirica permeata dal senso del vero amore.

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